«La filosofia raramente consiste nell’esaminare i pro e i contro di una tesi. Di solito è, implicitamente o esplicitamente, una contesa tra un vocabolario consolidato, divenuto ormai un intralcio, e un nuovo vocabolario ancora embrionale, che promette vagamente grandi cose».
Traendo ispirazione da questo passo di Richard Rorty, Chiara Bottici esplora una contesa sviluppatasi attorno al linguaggio dell’immaginazione. In particolare, si sofferma sulla tensione tra il vocabolario consolidato dell’«immaginazione» e del suo necessario complemento, «l’immaginario», e un vocabolario ancora in formazione. Quest’ultimo promette sviluppi estremamente fecondi: quello dell’«immaginale». Dopo aver brevemente chiarito il concetto di immaginale, ne mostra la forza. Ne analizza, in particolare, il ruolo nelle società post-fordiste contemporanee e nella politica. Se gli anni Sessanta invocavano «tutto il potere all’immaginazione», si riteneva che ciò avrebbe condotto alla liberazione dal capitalismo. Ma è ancora possibile sostenerlo in un’epoca in cui la creatività umana è stata incorporata nel processo produttivo stesso? Visto il carattere onnipresente dell’immagine, non possiamo uscire dallo spettacolo. Possiamo però farne un uso omeopatico. Siamo tutte immerse e tutti immersi nell’immaginario globale del capitalismo post-fordista. Siamo inoltre sommersi dal suo inesauribile flusso di immagini. Ciò che possiamo fare, allora, è impiegare l’immagine contro l’immagine stessa. Possiamo, vale a dire, usare piccole dosi del male contro il male stesso.





