Raccontare Gaza è complicato.
Raccontare Gaza è complicato. Il bambino Adam, per esempio, no. Va scartato. Perché è vero che ha perso il padre e dieci fratelli, ma la madre, che gli sta a fianco in ospedale, sta in niqab. Tutta in nero. Sembra l’ISIS. E va scartata anche Marah. Quella che è morta appena è arrivata in Italia. Perché aveva una leucemia, e quindi, tecnicamente, non è morta di fame. Come l’altro ragazzino. Osama. Che aveva un’altra malattia genetica. Anas al-Sharif, poi, meno che mai. Sarà anche un giornalista: ma c’è una sua foto con Yahya Sinwar.
Le vittime devono essere perfette.
Un po’ come quando l’IDF ha sparato a Shireen Abu Akleh, la Christiane Amanpour di al-Jazeera – che per il New York Times, “è morta a Jenin”, come fosse morta di un attacco d’asma. C’è stato subito un passaparola: in realtà, era americana. E in più, cristiana. Perché oggi, per essere vittime bisogna meritarselo. Bisogna essere perfetti. Cosa hai detto il 7 Ottobre? E tuo padre? Tua madre? I tuoi zii? Chi abita al piano di sotto? Non è che il tuo vicino aveva i razzi in cucina? Soprattutto, bisogna essere vittime e nient’altro. Bisogna subire, senza mai reagire. Piangere. E basta.
Come se la guerra fosse solo un temporale.
Nonostante la prima cosa che si impari nella vita è che la vita non è quello che accade, ma come si affronta quello che accade, i palestinesi, come i siriani, gli afghani, gli ucraini, sembrano sempre alla deriva. Mai uno che parli di Israele, o di Hamas. Avete notato? Mai uno che bestemmi contro tutto e tutti. Ti descrivono la casa che crolla, la tenda in fiamme. Il riso bollito con l’acqua delle pozzanghere. Disperati, sì. Smarriti. Ma come se stessero sotto un temporale, invece che sotto bombardamento. Come se non avessero idee. Opinioni. Al più, si appellano a Dio. O all’ONU. Che è eterea quanto Dio.
La Gaza che non vediamo.
Leggo di Gaza, ed è una Gaza così diversa dalla Gaza che intravedo al telefono con quelli di Gaza. Leggo solo di morti, di orfani, amputati, sfollati, e macerie, macerie ovunque, e non è che non sia vero, certo che è vero: ma se il 70% degli edifici è danneggiato o irrecuperabile, cosa c’è nel restante 30%? Se tra morti, feriti, dispersi, è stato colpito il 10% della popolazione, e cioè circa 200mila palestinesi, cos’è dei restanti 2 milioni? Non è che non siano alla fame, e sfiniti: ma non sono solo questo. Gli studenti studiano online, passano esami, si laureano, molti lavorano nel cloud nei caffè sul mare, perché sì, Gaza ha ancora dei caffè, e gli ingegneri, gli idraulici, gli elettricisti riparano e ricostruiscono. Con quello che c’è. Materiali di recupero, rottami. Basta che funzioni. Perché come dice il sindaco, in guerra c’è un prima e un dopo, ma anche un durante: in cui la vita non è normale, ma non è sospesa.
Anche a Gaza c’è ancora un sindaco.
Perché sì: c’è anche un sindaco. Che ha perso due figli e la casa, ha perso tutto, come tutti: ma fa ancora il sindaco. Non fa: “il palestinese”. Non fa il padre, l’uomo, il bambino. Lo zoppo. Non è solo un dato biologico.
Il ruolo di chi racconta la guerra.
Ed è una cosa che ogni giornalista sa perfettamente. Perché senza quelli che poi raccontiamo come anime smunte a caccia di acqua e di cibo, e nient’altro, uomini allo stato brado, non scriveremmo un rigo. Letteralmente. Perché allo stesso tempo, sono i nostri fixer, termine che non a caso significa: “quello che sistema tutto”: quello che è il giornalista vero, alla fine: perché non si limita a guidare, o a tradurre, ma ti trova la storia, e ti spiega tutto, ti organizza tutto, dal primo all’ultimo minuto, e nei momenti peggiori, hai un’unica certezza: il tuo fixer ti tirerà fuori di lì. Il tuo fixer avrà una soluzione. Come i palestinesi, che a Gaza, è due anni ormai che hanno una soluzione a tutto, e due anni che fanno da sé: eppure, in TV compaiono solo accalcati a mendicare cibo. E così i siriani, gli afghani, gli ucraini. Gli iracheni.
Tutto ciò che non vediamo.
Ma perché tutto il resto non c’è? Perché se cerchi uno di Yarmouk, piuttosto che di Herat, di Bucha, di Falluja, sono tutte foto di macerie, e poi, invece, arrivi, ed è tutt’altro? La parola d’ordine è: umanizzare le vittime. Perché non siano solo un numero. Ma in realtà, è un modo diplomatico per dire: decontestualizzarle. Privarle di qualsiasi connotato politico. Depotenziarle.
Vittime innocenti o vittime innocue?
Non sono vittime innocenti: sono vittime innocue. E così, si fa esattamente il gioco di Israele e Hamas. Che hanno tutto l’interesse a dire che non c’è alternativa. Che non c’è altro, a Gaza. Solo fame e macerie. Non c’è nessuno capace di governarsi da sé. Ed è il gioco di tante guerre. Umanizzare le vittime finisce per disumanizzarle. Per zittirle. Per cancellarle definitivamente. Finisce per essere complice.








